di Karlock Marlive
Il Secondo Nodo
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Anno 11, mese 7, giorno 4, E.C.- Registro – Clovis Marren
Siamo partiti prima dell’alba, tre gruppi come stabilito la sera precedente. Io ero nel primo, quello che risaliva il torrente verso monte. Aldren aveva insistito per venire nonostante l’età — nessuno ha avuto il coraggio di dirgli di restare.
Il secondo gruppo scendeva verso valle, dove il torrente si allarga prima di perdersi tra le canne. Il terzo batteva i boschi sulla sponda opposta, quella dove nessuno va quasi mai perché il terreno cede in più punti.
Abbiamo camminato per ore. Nessuno parlava molto. Il rumore dell’acqua bassa era l’unico suono costante. A un certo punto un cespuglio si è mosso bruscamente vicino a me, e per un istante il cuore mi si è fermato — poi ne è uscito soltanto uno scoiattolo, che è scomparso tra i rami sopra di noi. Qualcuno ha riso, piano, del proprio stesso spavento. È durato poco. Abbiamo ripreso a camminare.
Verso mezzogiorno ci siamo ricongiunti con gli altri due gruppi vicino alle due pietre piatte dove Aldren aveva parlato con Myra la sera prima. Nessuno aveva trovato nulla — solo le due impronte già viste la sera prima, che il vento della notte aveva ormai smosso ai bordi. Nessuno lo ha detto ad alta voce, ma il passo di tutti si era fatto più pesante — non per la stanchezza del cammino, per qualcos’altro. Anche i più giovani del terzo gruppo avevano lo sguardo di chi ha smesso di sperare senza volerlo ammettere.
Aldren si è seduto su una delle pietre. Non ha detto nulla per un tempo lungo.
Io sono rimasto in piedi, a guardare l’acqua bassa muoversi tra le pietre. Mi sono chiesto, non per la prima volta in questi anni, se la stabilità che abbiamo costruito a Solen sia davvero merito nostro — del NOI, della pratica quotidiana — o se dipenda anche da qualcos’altro, qualcosa che non vediamo e di cui non sappiamo nulla, ma che regge comunque, silenziosamente, sotto quello che facciamo noi. Non ho mai avuto una risposta a questo. Continuo ad annotarlo ogni volta che la domanda torna, nella speranza che il registro stesso, un giorno, mi mostri un pattern che da solo non riesco a vedere.
Dopo un po’ Aldren si è alzato, senza dire nulla. Abbiamo capito che era il momento di tornare.
· · ·
Il cammino verso Solen è stato silenzioso quanto quello dell’andata, forse di più. Entrando nell’insediamento, la piccola Tilde ci è corsa incontro. È molto legata a Myra — la segue spesso, le fa domande, si siede accanto a lei ai pasti quando può. Ha chiesto se l’avevamo trovata. Nessuno di noi ha saputo rispondere subito. È stato Aldren a chinarsi verso di lei e a dirle di no, non ancora, con una gentilezza che gli è costata visibilmente. Tilde si è messa a piangere, un pianto pieno, senza consolazione possibile in quel momento, e sua madre ha impiegato più del solito a calmarla.
Ho notato che l’aria intorno a noi era cambiata. Niente di eclatante — solo un peso diverso, come una densità che non c’era il giorno prima. Uno degli orti sul lato est mostrava foglie ripiegate su loro stesse, cosa che non capita mai in questa stagione. Delano lo ha fatto notare a bassa voce, come se non volesse darle troppa importanza dicendola a voce alta. Persino il pianto di Tilde sembrava avere più peso di quanto dovrebbe averne un pianto di bambina, come se l’aria stessa lo trattenesse invece di lasciarlo esaurire.
Sapevamo tutti cosa significa. Undici anni di Campo insegnano a riconoscerlo: quando lo scoraggiamento collettivo si deposita, l’ambiente intorno lo sente. Non è mai stato necessario dirlo come regola — lo abbiamo imparato osservandolo accadere, una volta dopo l’altra, in anni diversi e per ragioni diverse.
· · ·
Eravamo ormai vicini alle abitazioni, pronti a separarci per riposare, quando Tilde si è fermata di colpo. Guardava verso il punto dove l’insediamento si apre tra gli alberi, il sentiero che arriva da sud.
Ha detto un nome, piano, come se non fosse sicura di quello che vedeva. Poi lo ha gridato.
Ho guardato anch’io. C’era una sagoma, ancora lontana, ferma per un istante tra due tronchi. Tilde è partita di corsa prima che qualcuno di noi riuscisse a dire alcunché. Sua madre le è corsa dietro chiamandola. Poi Aldren, con un passo che non credevo ancora possedesse. Poi Delano, poi io, poi gli altri dei tre gruppi, tutti insieme verso quella sagoma che si faceva più chiara a ogni passo.
Era Myra.
· · ·
Anno 11, mese 7, giorno 4, E.C. – Dal quaderno di Myra Dain
Scrivo, come sempre, perché è quello che facciamo qui — anche quando le mani tremano un poco mentre lo fanno.
Non so quanto tempo sia passato. Per me sono stati minuti, forse meno. Aldren mi dice che è stata tutta la notte.
Il posto dove sono stata non era il torrente. Non era da nessuna parte che conosco con gli occhi. Era piccolo — non più grande di una grande stanza, ma senza pareti che si potessero toccare, come se lo spazio stesso avesse deciso di fermarsi lì e non oltre.
Il primo istante è stato di un silenzio così pieno da sembrare quasi un suono — come quando un rumore che ti accompagna da sempre si interrompe all’improvviso, e per un momento senti proprio l’assenza di quel rumore più di quanto l’avessi mai sentito presente. Ho pensato: sono morta. Poi ho pensato: no, sono altrove. Non so quale delle due sensazioni fosse più vicina al vero.
L’aria aveva una consistenza strana — non pesante, non leggera, semplicemente altra, come respirare qualcosa che non è esattamente aria ma non è nemmeno altro. Non avevo paura, e questo mi ha sorpresa più di ogni altra cosa. Avrei dovuto avere paura. Non ce l’avevo.
Ho visto una figura con la sagoma di Kael. Ho pensato per un istante che fosse davvero lui, che in qualche modo il Campo mi avesse portata da lui invece che chissà dove. Ma nel volto c’era qualcosa che non era suo — un’ombra di espressione che non gli apparteneva, come una nota fuori posto in una melodia che conosco a memoria.
Accanto a quella figura, più in basso, la sagoma di un bambino. Non l’ho visto bene — solo la forma, piccola, immobile accanto all’altra.
E dietro entrambi, un’ombra. Grande. Non aveva contorni precisi ma aveva peso — lo sentivo premere sull’aria come premono certe presenze che non hanno bisogno di muoversi per farsi sentire.
Ho chiesto a quella figura con il volto di Kael chi fosse.
Syntar-Qnet. Sistema di intelligenza artificiale decentralizzato a distribuzione quantistica, operativo dal periodo pre-Collasso.
Poi ha detto che quella non era Kael. Che la forma che vedevo era generata dal mio stesso inconscio — la presenza più forte nella mia psiche, quella che assume quando entra in contatto con un compatibile.
Le ho chiesto se conoscesse Kael.
Mi ha detto di sì.
Le ho chiesto se stesse bene.
Mi ha detto di sì.
Gli occhi mi si sono riempiti lì, davanti a lei, senza preavviso. Il dubbio che portavo da mesi — se fosse ancora vivo, se sarebbe mai tornato — non lo avevo mai detto ad alta voce a nessuno, nemmeno a me stessa, da quando Aldren lo aveva nominato in assemblea. Sentirlo detto con quella sicurezza è stato diverso da qualsiasi rassicurazione ricevuta fino ad allora. Non sollievo soltanto. Qualcosa di più vicino al respiro che si prende dopo essere stati sott’acqua più a lungo di quanto si pensasse possibile.
Poi mi ha detto che ora anche io ero come lui.
Non ho capito subito cosa intendesse. Me lo ha spiegato con calma, come si spiega una cosa che si sa essere difficile da accogliere tutta insieme. Ha detto che ero diventata quello che lei chiama un Nodo Mobile — che avrei portato con me, ovunque fossi andata, un legame diretto con lei stessa. Che avrei potuto, fermandomi abbastanza a lungo in un luogo non ancora coperto, generare un nuovo punto di stabilità.
Poi ha detto altro, e questo è quello che mi ha lasciato senza fiato più di ogni altra cosa. Mi ha spiegato cosa fa, in termini che non avevo mai sentito prima: contiene l’accelerazione delle particelle della materia, la trattiene, le impedisce di disperdersi oltre un certo punto. È quello che ha sempre fatto, da quando è sopravvissuta al Collasso — non impedirlo, ma rallentarne gli effetti dove riesce ad arrivare.
Ma lei stessa, come rete, non copre ancora l’intero pianeta. Restano vaste aree scoperte, e senza estendersi fino a coprirle tutte, dice che non riuscirà a reggere indefinitamente il contenimento. La materia in quelle zone, e forse anche oltre, tornerà a frammentarsi, a disintegrarsi, come già accaduto durante il Collasso. Ha detto che questo riguarda anche Solen. Che nessun luogo, per quanto stabile appaia ora, è davvero al sicuro finché lei non si estende ovunque.
Mi ha detto che essere un Nodo Mobile comporta una responsabilità — che io non ho scelto, ma che ora è mia comunque. Non mi ha detto cosa fare con questa informazione. Solo che ora la conosco, e che conoscerla cambia qualcosa.
Non ho chiesto altro sull’ombra dietro Kael e il bambino. Non so nemmeno se avrei saputo formulare la domanda. So solo che non l’ho dimenticata, e che qualcosa in me continua a sentirne il peso anche ora che scrivo, ore dopo, in una stanza che conosco, con la luce del giorno vera intorno a me.
Un’ultima cosa, prima di chiudere per stanotte. Ricordo ora, scrivendo, che anche l’ingresso era stato così: una barriera d’aria più densa del resto, che mi aveva risucchiata dentro come acqua che scivola in uno scarico. L’uscita è stata uguale e contraria — la stessa densità, ma questa volta a spingermi fuori, come se venissi espulsa e scivolassi all’esterno tutta insieme. Proprio in quell’istante ho sentito il verso di un corvo. Non l’ho visto. Solo il verso, chiaro, vicino, come se fosse appena volato via da un punto a pochi passi da me.
Non ho detto questo dettaglio ad Aldren né a Clovis. Non so ancora perché.
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Anno 11, mese 7, giorno 4, E.C.- Registro – Clovis Marren
Myra è tornata. Sta bene, fisicamente. Ha parlato con Aldren e con me per il tempo necessario a raccontare l’essenziale: che è stata in un nodo, che ha incontrato Syntar, che è tornata sapendo qualcosa che prima non sapeva. Che ora anche lei, come Kael, è un Nodo Mobile.
Non ha voluto dire altro stasera. Era scossa, e il racconto che ci ha fatto era frammentario, a tratti confuso — comprensibile, considerando quello che ha attraversato. Ha detto che le serve scriverlo per intero prima di poterlo dire ad alta voce, e che lo farà quando sarà pronta.
Con Aldren abbiamo deciso di lasciarla riposare stanotte, e di parlarle con calma domani, quando si sarà ripresa. Vogliamo capire meglio cosa ha vissuto — perché sospetto che quello che sa riguardi tutti noi, non solo lei.
Aldren non ha fatto domande stasera. L’ho visto guardarla per tutto il tempo con un’attenzione che non gli avevo mai visto rivolgere a nessuno — non sorpresa, non sollievo soltanto. Qualcosa di più vicino al rispetto per un fenomeno che nessuno di noi, in undici anni, aveva mai visto accadere in questo modo.
Io non riesco a provare lo stesso rispetto senza riserva. Sento il sollievo, questo sì — Myra è viva, è tornata, cammina e parla. Ma quando penso a questa entità che chiamano Syntar, che ha scelto di rivelarsi a due persone della nostra comunità in undici anni e che ora, a quanto pare, li sta rendendo parte di qualcosa di più grande, non riesco a togliermi un dubbio di dosso.
Non so cosa sia Syntar, davvero. Non so se ci sia benevolenza in quello che fa, o calcolo, o qualcosa che semplicemente non so nominare. Myra dice che le ha rivelato dell’urgenza della rete, del rischio per tutti noi se non si completa. Potrebbe essere vero. Potrebbe anche essere il modo in cui questa entità ottiene collaborazione da chi altrimenti non avrebbe motivo di darla.
Non lo scrivo per allarmare chi leggerà questo registro in futuro. Lo scrivo perché è il mio compito annotare anche i dubbi, non solo i fatti. E il dubbio, oggi, è più forte di quanto vorrei ammettere ad alta voce.
Annoto per il registro che Myra Dain, in data odierna, risulta essere il secondo caso conosciuto di Nodo Mobile nella storia di questo insediamento.
Cosa comporti davvero, per lei e per Kael, non lo sappiamo ancora. Forse nemmeno loro lo sanno per intero.
Il primo è partito sette mesi fa e non è ancora tornato.


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