È il nome con cui ho scelto di raccontarmi. Uno pseudonimo, sì, ma non un travestimento.
Karlock nasce dal mio nome di battesimo, Karl, nella sua forma più antica. E da Harlock, il personaggio dei cartoni che da bambino ammiravo: solitario, giusto, libero, mosso da ideali profondi. Quel “lock” finale custodisce: è la serratura simbolica dei miei tesori interiori — passioni, silenzi, intuizioni. “Mar” sono le iniziali del mio cognome. E “live” è il battito — il ricordarmi, ogni volta che scrivo, che sono vivo. Vivo per sentire, per cercare, per condividere.
Da bambino ero timido, introverso, spesso silenzioso. Con gli estranei tacevo, ma dentro ero vivace, acceso da un’urgenza: esprimermi, dare forma a ciò che sentivo.
Nel corpo c’era un’energia che chiedeva spazio: lo sport è arrivato naturalmente, anche grazie a mio padre. Muovermi mi aiutava a sentirmi intero, a tenere insieme il dentro e il fuori. E’ anche grazie a questo che ho imparato, fin da piccolo, a reggere il caos, a trovare una forza tranquilla nei momenti più fragili.
Nello stesso tempo cominciava la scuola, e arrivarono anche il disegno e la pittura. Poi, intorno ai vent’anni, la fotografia: dipingere con la luce. Col tempo scoprii la recitazione — abitare i corpi, le parole, dare voce all’invisibile., e il canto. Cantare era un atto sacro, ma così intimo che condividerlo mi sembrava troppo. Ogni nota che usciva da me era come un frammento d’anima. Espormi così, davanti ad altri, mi faceva sentire nudo. Ma era proprio lì, in quella vulnerabilità, che prendeva voce la mia verità più profonda.
Infine la scrittura. Scrivevo da sempre, ma in segreto. Finchè un giorno compresi: tenere tutto dentro era un tradimento dell’anima. E cominciai a condividere.
Scrivo per chi sente che la bellezza può essere rivoluzionaria. Che la gentilezza è una forza. Che non serve urlare per cambiare il mondo, ma ascoltare profondamente.
Credo in un’evoluzione silenziosa, che parte da dentro. Un cambiamento che non ha bisogno di lotte, ma di elevazione.
“Ciò che è duro e rigido è compagno della morte.
Ciò che è morbido e flessibile è compagno della vita.”
— Lao Tze
Per questo non credo nella forza che impone, ma nella debolezza sublime di chi sa flettersi.
Nella freschezza della vita che scorre, che si adatta, che trova sempre una via, anche attraverso le crepe.
Questo blog è il mio spazio
Uno spazio dove parole, immagini, poesie e visioni diventano semi.
Semi per chi vuole ricordare, risvegliarsi, respirare.
Qui trovi:
Riflessioni sul cuore e sul cammino interiore
Racconti simbolici, ispirati, a volte onirici
Poesie
Frasi che illuminano una giornata
Bellezza. E verità. O almeno: la mia.
Se anche tu senti che il mondo ha bisogno di elevazione, non di rivoluzione,
e che l’essere umano può cambiare solo coltivando ciò che ha di più vero…
allora benvenuto.
Forse ci stavamo già cercando.
Il mio simbolo
E’ un cerchio con due rune inscritte: Kenaz e Mannaz. Sono le iniziali del mio nome e cognome, ma rappresentano anche molto di più:
Kenaz è la torcia, la fiamma che arde dentro. È la luce della coscienza che illumina il buio, l’intuizione che rivela, la creatività che trasforma. È ciò che accende, che scalda, che apre spiragli anche nelle notti più fitte.
Mannaz è l’essere umano nella sua forma più alta: consapevole, in ascolto, parte del tutto.
È la mente che riflette e il cuore che comprende. È la ricerca di equilibrio tra individualità e comunione, tra chi sono io e chi siamo noi.
Il cerchio che le racchiude non è solo un contorno. È il simbolo dell’unità, del movimento che ritorna, del tempo che non è mai lineare. È uno spazio sacro: protegge, abbraccia, raccoglie. Dentro quel cerchio, mi ricordo di essere intero anche nei frammenti.
Questo simbolo mi accompagna ogni giorno. È una bussola silenziosa che mi ricorda perché cammino:
per accendere luce, per riconoscermi umano, per attraversare il mistero con occhi aperti e cuore vivo.
Karlock

