Sono passati anni da quando mio padre e mia madre non ci sono più. Eppure, a volte, il loro ricordo non è solo un pensiero: è una sensazione fisica. Come una vertigine improvvisa, una mancanza di riferimenti, come se venisse meno una coordinata dello spazio interiore. Questa sensazione affiora soprattutto quando la soglia della coscienza si abbassa: nel momento del risveglio o dell’addormentamento, quando le difese della mente si allentano e il subconscio riaffiora, riportando in superficie ciò che durante il giorno resta silenzioso.

Sono cresciuto in una famiglia divisa. Ho assistito a scene che, per un bambino, sono tragiche. Nelle prime fasi della scuola socializzavo poco, ma non ero solo: i compagni mi stavano sempre intorno. Qualcuno mi chiamava “occhi tristi”. E forse lo erano davvero. Eppure non ero indifferente a ciò che mi circondava. Al contrario: osservavo molto, ascoltavo, cercavo di capire. Già da bambino mi facevo domande sulla morte, sul perché della sofferenza, su cosa restasse delle persone quando non c’erano più. Domande troppo grandi per l’età che avevo, ma inevitabili per chi cresce cercando un senso alle fratture che vede intorno a sé.

Il maestro delle elementari mi chiamava “genietto”. Da adulto ho compreso che non si riferiva a un’intelligenza superiore, ma a un modo di pensare non ordinario. A ogni perché ne seguiva sempre un altro, e le risposte non mi bastavano quasi mai.

A scuola, superate le difficoltà iniziali, andavo bene. Alle medie alcuni professori si meravigliavano: molti bambini cresciuti in famiglie “disastrate”, a detta loro, non avevano lo stesso andamento. Nonostante l’inquietudine e le tensioni vissute in casa, mio padre e mia madre furono sempre presenti. Non hanno mai minato la mia autostima. Al contrario: mi hanno sempre incoraggiato, elogiato, sostenuto.

Col tempo, continuando a pormi domande, ho iniziato a comprendere i loro limiti: limiti legati alla storia personale, al contesto educativo, culturale, emotivo. Oggi posso dirlo con chiarezza: nei loro limiti hanno fatto tutto ciò che potevano per i propri figli.

Mio padre era una persona caratterialmente pacata. Parlava poco con noi figli, è vero, ma la passione che metteva nel suo lavoro mi ha insegnato il valore della responsabilità. Amava lo sport e mi indirizzò fin da piccolo al ciclismo e poi al calcio. Due sport diversi e complementari: il primo, tra i più faticosi, insegna la tenacia e la resistenza; il secondo educa al lavoro di squadra, alla collaborazione, al sentire l’altro.

Mia madre, nonostante le sue fragilità e le sofferenze emotive che si portava dietro fin da giovane, mi ha insegnato la generosità. Era una donna profondamente generosa. E il suo forte attaccamento alla terra d’origine mi ha sempre colpito e sorpreso: come se le radici, per lei, fossero una forma di salvezza.

Di loro porto con me due oggetti simbolo: un paio di guanti da ciclista e una conchiglia levigata dal mare. Non sono semplici ricordi. Sono tracce. Testimonianze silenziose di ciò che mi hanno trasmesso senza bisogno di parole.

Da giovane adulto sono andato a vivere da solo. Ero ormai abituato a vederli solo ogni tanto, ma questo non ha mai cancellato la loro mancanza. A volte mi piace pensare che continuino a vivere lì, nelle loro rispettive case, come se una parte di loro fosse rimasta ancorata a quei luoghi.

Scrivere “onora il padre e la madre” non significa idealizzare, né negare il dolore o le ferite. Significa, piuttosto, guardare più a fondo. A un certo punto della vita, lo sguardo cambia: i genitori smettono di essere figure e diventano storie, fragili e incomplete, come tutte le storie umane.

Se in qualche modo possiamo sentirci vittime delle loro mancanze, spesso anche loro lo sono stati. Vittime di storie precedenti, di ferite non viste, di strumenti interiori che non hanno mai ricevuto.

Onorare, forse, non è giustificare tutto. È comprendere. È riconoscere ciò che è stato dato, insieme a ciò che è mancato. E, da lì, scegliere cosa portare avanti e cosa finalmente lasciare andare.

Oggi, quando penso a loro, mi tornano in mano quei due oggetti semplici: un paio di guanti da ciclista e una conchiglia levigata dal mare. I guanti parlano di strada, fatica, disciplina, di un andare avanti anche quando le gambe bruciano. La conchiglia parla di ascolto, di maree interiori, di tempo che leviga senza distruggere.

Forse onorare il padre e la madre è proprio questo: continuare il viaggio con ciò che ci hanno affidato, tenendo una mano sulla strada e l’altra sull’oceano. Restare in movimento senza perdere sensibilità. Camminare – o pedalare – nel mondo portando con noi le loro tracce, non come catene, ma come bussola silenziosa.

Karlock

Onorare è continuare il cammino con ciò che è stato, senza più chiedere che fosse diverso.

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